Terra Intrigante
Le geometrie e i colori del paesaggio lucano
... Svincolata da un orientamento solo documentativo le foto di Domenico Possidente (come in Gabriele Basilico, Nino Migliori o Carmelo Nicosia) interpretano il territorio per coglierne i segni di un mutamento, le dinamiche, il disegno complessivo; elementi necessari per ricostruirne la storia, l’evoluzione.
E’ dunque grazie ad una tradizione di notevole peso storico-culturale che Possidente (alla passione e al talento dell’amatore unisce solide basi tecniche, come in Tommaso Bonaventura, Marco Pesaresi o ancora il nostro Leonardo Genovese, per citare solo tre maestri dell’ars fotografica contemporanea) dedica tutta la sua ispirazione e il suo impegno... .
Rocco Brancati
Se il primo volume di Domenico Possidente aveva l’incanto di un libro gotico
delle ore, d’un breviario miniato, indulgendo assai all’idillio anche se con forti
venature naturalistiche e realistiche, questo che ora sommessamente m’accingo a presentare è assai più scarno, essenziale, ruvido: il paesaggio lucano si sveste d’ogni piacevolezza e di ogni amenità e resta nudo d’una nudità solenne e maestosa così nei “campi nivales” così nelle maggesi o nelle distese assolate di stoppie da cui paiono levarsi gli stridii dei grilli e delle cicale.
Se fosse possibile, parlerei d’ una evoluzione epica del genio creativo di Domenico, che resta la persona che è con le sue ostinazioni,le sue certezze, le sue ripicche, ma che nell’arte della fotografia profonde una grande passione e più ancora grandi doti di ingegno e di “mitopoiesi”. Nel paesaggio manca l’uomo, quasi che la maestà della natura respinga come meschina e di corto respiro la presenza umana.
Ma, a ben guardare, non manca il segno del lavoro dell’uomo; quei campi sono stati arati, là dove si espandono i restucci è stato seminato e poi raccolto il grano: la presenza umana è la presenza sacerdotale del seminatore, del mietitore. Altra presenza umana è quella della storia sepolta sotto la coltre delle zolle, nel grembo della madre terra: le testimonianza archeologiche mute fino a ieri per la sordità dei viventi, degli uomini d’un presente presuntuoso e distratto, ora divengono sonore: la Lucania ascolta la sua storia rediviva, emergente dalle viscere della terra.
Raffaele Antonio Mecca
... Oltre alle immagini stereotipe più note della Basilicata: profondi valloni, calanchi, selve, dirupi mozzafiato e civettuoli borghi, si scopre una geometria nuova del territorio che testimonia un dinamico sviluppo della regione. E’ come ricostruire l’identità di un popolo attraverso le geometrie del territorio, cercando l’estro e la laboriosità della gente anche nei campi e nei solchi, e proprio dove le radici affondano in una terra avara, scoprire nuove linee e forme che sono i profili del futuro.
Il progresso ha cambiato l’aspetto del paesaggio : solchi, strade, ponti e altri manufatti moderni, se in armonia con l’ambiente, creano nuove linee, nuove forme che si integrano con il territorio quasi fosse tutt’uno. I moderni attrezzi agricoli, come la falciatrice, la mietitrebbia, l’aratro e l’erpice, creano, insieme al lavoro del contadino, geometriche e astratte composizioni pittoriche.
I nuovi scenari, combinandosi con gli straordinari paesaggi naturali, creano fantastiche composizioni che si susseguono con mille sfumature di forme e colori con il variare delle stagioni e il proseguire dei lavori agricoli.
dalla premessa dell’Autore
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